Testi

 

Cento Piccole Tele

di Sergio Vanni

Più di dieci anni fa, si era vicini a Natale. Un amico gallerista organizza la mostra di Dicembre e mi dice: “Fammi qualcosa per questa mostra; il tema è il presepe. Ci sono una trentina di artisti.” Ora, ad uno che tenta di fare poesia visiva, che non si muove da un rigoroso bianco e nero, che spinge nella direzione di una ricerca sull’ intreccio tra parola e immagine, chiedere qualcosa sul presepe potrebbe addirittura suonare offensivo. Raccolgo la sfida, prendo una bella cartolina con l’ immagine di Gesù, con i Re Magi inginocchiati davanti, col bue, l’ asinello e tutto il resto, e la incollo su una piccola tela. Poi disegno una nuvoletta sopra la testa del bambinello, come si fa con i fumetti, e ci scrivo: Oro, incenso e mirra...oro, incenso e mirra... mai un trenino. Bingo! Non solo perchè l’opera viene venduta subito, non solo perchè è pubblicata su un giornale, ma perchè mi cambia la vita, quella artistica naturalmente. Abbandono immediatamente l’impeccabile e insopportabile bianco e nero e mi incammino per la nuova strada. Scelgo un formato, piccolo, venti per venti centimetri, al quale sono rimasto sempre fedele, e mi metto a riprodurre in questo piccolo spazio opere famose e importanti cercando di rifarle con materiali il più vicino possibile all’originale, oppure con l’ aiuto di foto, e corredandole di una battuta che nasce dal titolo dell’ opera, dal nome dell’ autore, dal soggetto raffigurato eccetera. Così Andy Warhol diventa Dandy Warhol, (e chi è stato più dandy di lui?), Max Ernst diventa Marx Ernst , ed una sua opera viene inserita nei contorni di una falce e un martello, la pipa di Magritte reca la scritta Ceci n’est pas un Magritte, la piazza d’ Italia di De Chirico diventa la Pizza d’ Italia, con una bella Margherita che sta al centro della metafisica piazza, e così via. Le battute arrivano facili, una dietro l’ altra e così sono andato avanti, fino a superare ampiamente la soglia delle cento unità. Sono arrivate le prime mostre, a Roma, in Toscana, poi a Milano e Venezia ed una piccola casa editrice (D.M.Editore-Milano) ha realizzato un libro-catalogo dal titolo L’arte è un pacco, gioco evidente tra i pacchi d’artista di Piero Manzoni e l’accezione popolare della parola pacco. Ora, si potrebbero scomodare Roland Barthes e Umberto Eco, parlare di linguistica, di semiotica, di semantica, di piani di lettura, di cultura alta e bassa, di diversi livelli di fruizione, si potrebbe parlare di dissacrazione di un mondo, quello dell’ arte, legato ad un linguaggio criptico e iniziatico, si potrebbero trovare valenze freudiane sull’ ironia che libera lo spettatore dalla soggezione che prova di fronte all’arte, o alla repulsione di fronte alle opere di arte contemporanea. Insomma, si potrebbe parlare di tante cose. A me basta dire che fare le mie teline mi diverte, molto, e che, di solito, si divertono molto anche gli spettatori.

 

KANT CHE TI PASS

di Cecilia Scatturin

Dalla cattedra ormai non c’era più spazio per ulteriori appunti; dalla cattedra pioveva continuamente Critica della ragion pratica o Critica della ragion pura, a piacimento. Nel foglio, un bel quadratino verde, incominciavano a fioccare altre frasette come Kant che ti pass appunto o Kant che abbaia non morde, o non menare il Kant per l’aia, o addirittura Porca Eva Kant. Io e la mia compagna di banco ci guardavamo ammiccando, non ne potevamo più; eppure ancora oggi la sinapsi corre veloce, si fa per dire, tra l’amore per il filosofo e la sua liceale presa in giro. Dal quadernetto al quadrino il passo è breve, credo, non per banalizzare, ma per mettere sullo stesso piano i meccanismi. Nella rassegna leggera di produzione contemporanea e non che Vanni esprime c’è fondamentalmente un forte amore per l’arte e per la battuta. In fondo è anche professore e toscano, non dimentichiamolo: vuole sempre avere l’ultima. Qual modo migliore se non attraverso il calembour di amare quel che è stato prodotto con tanta fatica e serietà? Non c’è solo la parodia di t’amo pio bove che diventa t’odio o empia vacca, c’è lo schiocco della barzelletta, la subitanea contraddizione. Parte da presupposti normali e comuni, quelli dell’arte (se normali e comuni si possono considerare, non dimentichiamo che l’arte è un pacco) per sterzare su di una conclusione assurda, visiva e verbale. Un cortocircuito fra concetti normalmente del tutto irrelati. Alt, non proseguire per questa china, lo diceva Eco per i calembour visivi di Bucchi: qui non si srotola nulla, altrimenti si cade nel dramma di voler spiegare una barzelletta: si sa che si può fare solo coi carabinieri e sotto forte pressione. Ci si potrebbe anche applicare nell’esporre la magistrale lezione darwiniana sui moti dell’animo, spiegando il perchè e il percome di Ah....Ah....Ah.... Non è il caso, Darwin stesso rimane folgorato dalla breve ed efficace definizione di buonumore che gli fornisce un bimbo di quattro anni: E’ ridere, parlare e dare baci. L’unica cosa che ci si vuol permettere è raccontare che il professore di lettere è un esperto di linguaggi e possibili fraintendimenti, che il toscano è un buon conversatore ed un abile raccontatore di barzellette, che il produttore di quadrini da lungo tempo usa nel suo lavoro il meccanismo retorico dell’ironia, suggerendo ai suoi lettori giochi di parole che ovviamente danno un’interpretazione assai diversa di ciò che letteralmente è scritto. Forse è anche per questo che i suoi sono quadrini, appunti da tasca,come lo erano i meravigliosamente poetici di Licini, i particolari della collezione Zavattini, i minimi del Premio Arbiter. In ogni caso la santa ironia dei giochi quasi esclusivamente linguistici degli scorsi anni ora accompagna i pan visivi. Da buon vignettista dell’arte contemporanea Vanni demistifica amorevolmente la tensione drammatica di tanta arte e la tristezza di tanti artisti con un’ottima quadratura del cerchio: la crucis, per lieve spostamento quasi simmetrico, diventa circus, finalmente spontaneamente leggera e amabile tutti i giorni. Anche quando si è depressi. Se non fosse stonato come una campana si potrebbe dire che la sua sensibilità è quasi musicale. C’è una cosa però da quelle parti: ama la poesia e ne adora la condensazione di suono e significato; è il lato serio ed elegante del gioco linguistico, le solite facce della solita stessa medaglia. Oltre a tutti gli artisti che ama motteggiando ha un debole per Montale e Dante ed è con quest’ultimo che io finalmente vi abbandono, consapevole dell’inutilità di quanto scritto, dicendovi appunto.....e caddi come porco morto cade.

 

Dalla presentazione di L’arte è un pacco, DM Editore, Milano, 2003

 

PICCOLO MUSEO PORTATILE

di Dario Trento

........A chi a vario titolo sta nel mondo dell’arte, prima o poi inevitabilmente capita di arrivare a quel punto: la tentazione di cominciare a muovere le mani. Può rivelarsi pericolosissima e disastrosa. Non lo è stata per Sergio, che ha trovato in essa un modo garbato per esprimere l’amore e la riconoscenza per quanto ha ricevuto dall’arte. Lo ha fatto cominciando a fare il verso agli artisti e alle loro opere più famose per arrivare a produrre una personale compilazione. In essa Magritte compare per ben tre volte e, a pensarci, è del tutto naturale: Magritte è uno degli universi simbolici più saccheggiati dell’arte moderna, dalla pubblicità all’illustrazione. Non è poi un caso che Fontana si offra con due varianti, un taglio ricucito e chiosato con Errata Corrige e un altro collegato a una voce fuori campo che chiede Ago e filo, please. Meno scontata è l’elaborazione della Merda d’artista di Manzoni col titolo Manzonin, una carne in scatola notissima nei Caroselli che andavano in onda quando l’opera dell’artista milanese scandalizzava. E come spiegare l’omaggio al padre della pittura astratta con la lavatrice Candynsky? Bisogna conoscere i fatti dell’Italia del boom. Così a un frequentatore dei musei internazionali d’arte moderna risulterà incomprensibile l’icona intitolata Non ho parole, che rende omaggio alle cancellazioni di scrittura di Emilio Isgrò, e lo stesso frequentatore farà fatica ad orientarsi su due dei pezzi più teneri di Vanni: Castellani, i suppose e Bonalumi, i presume: insomma, il piccolo museo personale di Vanni tende inevitabilmente a comporsi come diario di agnizioni, masticazioni e digestioni del tutto personali, legati agli anni della sua frequentazione con l’arte, alle sue idiosincrasie e ai suoi amori. Così la dolcezza degli omaggi non lascia dubbi sul fatto che Cornell (Facciamo le Cornell) e Spoerri (Chez Spoerri) siano tra i suoi preferiti. Qualche pannello è più forzato, qualcuno scontato, ma quanta dolcezza quando incontriamo Guarda come nevelson o le zollette di zucchero di Merz!che freddo!, fragilissimo e poeticissimo igloo. Gli omaggi di Sergio Vanni sono fatti con la tecnica del motto di spirito ma sono più efficaci quando rimandano all’arco temporale del suo rapporto con l’arte moderna. Un rapporto nato quando l’Italia cominciava ad essere attraversata dalle autostrade e milioni di italiani si trasferivano dalla campagna in città, dal Meridione al Nord, o in Svizzera o in Germania; una relazione continuata mentre le case degli italiani si riempivano di elettrodomestici, la televisione diventava il mezzo di comunicazione comune e l’italiano per la prima volta la lingua parlata nazionale; una relazione diventata, infine, ancora più necessaria ora che gli italiani si sono fatti sostituire, per certe operazioni, da lavoratori provenienti da ogni angolo del globo che parlano lingue e professano religioni diverse. Tutto questo per dire che anche questo personalissimo e garbato museo riflette una storia precisa, ben databile e collocabile nel tempo. Una storia, mi vien da dire, che mostra già su di sè una lieve patina di nostalgia. Se infatti la compilation di Vanni ha le forme affettuose del prodotto fatto a mano, così diversa dalle asettiche compilation offerte in edicola, bisogna dire che risulta anche ben lontana da quelle che fanno gli adolescenti e gli studenti delle scuole d’arte con i loro computer scaricando da Internet o da dove diavolo riescono ad attingere. Sono i ragazzi che con le loro pesche sagaci e impertinenti mettono in tilt l’industria del disco, che si accostano al mondo delle forme non per fare un bilancio (come capita di fare a Sergio) ma per partire per una strada avventurosa e imprevedibile. Questa sola considerazione fa capire in quale guado ci troviamo

 

Dalla presentazione di L’arte è un pacco, DM Editore, Milano, 2003

 

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